home


Le Marche siamo Noi
fotoalbum il programma politico contattaci links approfondimenti news biografia
 
“STARE BENE TUTTI”

Seminario
“ETICA ED ECONOMIA


Intervento del Vicepresidente della Regione
GIAN MARIO SPACCA


Loreto (An)

Venerdì, 23 gennaio 2004

1.INTRODUZIONE.

Il tema antico del rapporto tra etica ed economia è sempre più attuale nel nostro tempo.

Soprattutto nel nuovo scenario di un mondo attraversato da crescenti fenomeni di globalizzazione dell’economia, a cui spesso non corrisponde un’adeguata velocità di evoluzione delle Istituzioni e, più in generale, dei meccanismi di governance dei processi sociali ed economici.

E’ forte la preoccupazione per un divario progressivo e crescente tra queste due dimensioni, l’etica e l’economia, che rischia di caratterizzare la convivenza civile.

Pertanto, diviene un agenda di grande importanza per le Istituzioni, come per tutti gli attori della crescita di una comunità, impegnarsi fattivamente, affinché si rafforzi quel circuito virtuoso in base a cui i valori fondamentali della morale ispirano i modelli culturali, che definiscono e plasmano assetti istituzionali, società civile e organizzazioni economiche.

Approfondire e discutere sulle modalità più appropriate per promuovere nella comunità marchigiana sempre più elevati livelli di sicurezza sociale, attraverso una stretta integrazione tra etica ed economia, costituisce la finalità del presente seminario.

Prima di lasciare la parola agli intervenuti, vorrei comunque proporre riflessioni su alcune sfide per la comunità delle Marche che, a mio parere, appaiono particolarmente stringenti e stimolanti in questo specifico campo.


2.ETICA ED ECONOMIA NEL MODELLO MARCHIGIANO.

Il modello di sviluppo marchigiano ha saputo esprimersi secondo modalità sicuramente attente alle esigenze di una decisa integrazione tra etica ed economia.
In altri termini, i comportamenti della comunità marchigiana, in questi ultimi decenni, sono stati ispirati
- all'essere criticamente attenti al modello di sviluppo adottati;
- all'impatto di tali processi con l'ambiente naturale;
- a coniugare l'efficienza tecnologica ed organizzativa con quella sociale;
- a riconoscere la centralità del lavoro;
- a richiedere agli uomini del Governo regionale di esercitare la loro responsabilità nella conduzione della vita economica;
- a ricercare una nuova e più autentica cultura del sociale, in cui libertà e corresponsabilità, autonomia ed interdipendenza, efficienza e solidarietà siano sempre attentamente coniugate.
Le Marche sono così una delle regioni a più alto tasso di sviluppo del Paese.
La Commissione Europea definisce le Marche, in base ai dati occupazionali, tra le prime 25 regioni a vocazione industriale della nuova area UE.
La disoccupazione, pari alla metà di quella nazionale, è ormai sotto il 4%.
Nelle Marche opera un’impresa ogni 8 abitanti.

Ma la nostra regione riesce altresì a conseguire rilevanti performance di “benessere sociale”. Le Marche hanno la più alta speranza di vita in Italia.

Sulla base di una recente indagine di un Istituto di ricerca della Regione Toscana, addirittura le Marche risultano prime in Italia sulla base di una speciale graduatoria del benessere, valutato attraverso un sistema di indici attinenti la qualità della vita, la solidità dello sviluppo, le caratteristiche dell’ambiente di vita e lavoro, il disagio sociale, la criminalità, le infrastrutture sociali e culturali.

Tale elementi confermano ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la qualità del nostro sviluppo, capace di esprimersi senza fratture nel rapporto con le comunità locali.

L’esplosione di imprenditorialità e la crescita economica, in altri termini, sono avvenute con una forte attenzione alla sicurezza sociale del territorio e dei cittadini, garantendo loro un elevato grado di copertura dei bisogni primari, quali salute, ordine pubblico, educazione, istruzione ed altri ancora.

Il concetto stesso di “modello marchigiano”, come comunemente viene utilizzato, non fa riferimento solo alla originale struttura produttiva regionale, basata prevalentemente sui sistemi di piccola e media impresa organizzati secondo la modalità dei distretti e sistemi locali.

Il modello marchigiano è un originale modello policentrico di organizzazione sociale, economica ed istituzionale della nostra comunità, che riesce a coniugare competitività economica, qualità della vita, sicurezza sociale e salvaguardia del territorio.

Anche nei contesti di competizione globale questa compenetrazione tra economia e società, tra imprese, istituzioni e comunità locale, continua a rappresentare un fondamentale punto di forza, da valorizzare con determinazione e coerenza nei comportamenti da parte di tutti gli attori protagonisti della crescita della nostra regione.


3.I VALORI DELL’ECONOMIA PRODUTTIVA E DELLA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA: IL BILANCIO SOCIALE.

Integrare etica ed economia significa anche valorizzare e salvaguardare il primato dell’economia produttiva, reale, rispetto alla funzioni finanziarie.

Il modello marchigiano ha saputo conservare tale primato. Ed i risultati, che prima ho citato, sono sotto gli occhi di tutti, studiati in tutto il mondo.

Ma salvaguardare tali performances richiede comportamenti coerenti. Anche in futuro.

La finanza quale fattore di sviluppo dell’attività produttiva svolge un ruolo chiave di volano per la crescita del benessere collettivo.

L’attività finanziaria fine a se stessa, invece, slegata da una logica di supporto allo sviluppo produttivo e reale, rischia di provocare pericolosi riflessi sugli equilibri sociali ed economici delle nostre comunità.

I fatti di questi giorni credo parlino da soli: la realtà ha superato, purtroppo in senso negativo, anche la più fervida immaginazione.

Pertanto, soprattutto di fronte ai fenomeni sempre più spinti di globalizzazione e sofisticazione dei mercati finanziari, diventa decisiva la conferma di formule e strategie imprenditoriali strettamente legate alle dinamiche reali delle attività di impresa.

Con un’attenzione crescente anche verso le esigenze della cosiddetta “responsabilità sociale”, ovvero di conoscenza degli effetti che tali attività producono nei sistemi territoriali di riferimento.

Tutto ciò richiede veridicità e trasparenza delle comunicazioni sociali, e quindi dei bilanci. Anche nel settore pubblico.

Ma la responsabilità sociale d’impresa impone comportamenti non solo “difensivi”, legati al rispetto formale e minimale delle regole normative vigenti.

Impone, in altri termini, un orientamento d’impresa proattivo, teso a rafforzare un saldo legame di fiducia con il proprio territorio, attraverso autentici “bilanci sociali”.

Tale strumento si basa su parametri molteplici, che si affiancano a quelli di natura economica e finanziaria, tesi a catturare gli aspetti sociali interni ed esterni all’impresa, quelli ambientali e, più in generale, il contributo al miglioramento ed alla qualificazione del territorio derivante dall’attività imprenditoriale.

Favorire in questo campo la diffusione delle best pratices, puntando soprattutto sui processi imitativi, rappresenta un contributo rilevante per rafforzare l’integrazione tra impresa e società, tra etica ed economia.

Tale finalità costituisce impegno significativo non solo per le imprese, ma anche per le Istituzioni. Anzi, esse debbono sentire tale esigenza come un dovere irrinunciabile.

Perché i bilanci pubblici, nonostante i miglioramenti realizzati, hanno ancora molta strada da compiere sulla via della trasparenza e leggibilità esterna, da parte del cittadino, circa gli effetti sul territorio e le comunità delle politiche dell’ente locale.

4.L’IMPRENDITORIALITA’ SOLIDALE NEL WELFARE COMUNITY: IL RUOLO DELLE FONDAZIONI BANCARIE.

Se nelle scelte imprenditoriali assumono sempre più rilevanza gli aspetti di responsabilità sociale, è altrettanto diffuso il fenomeno di crescente apertura alle logiche economiche delle attività strettamente sociali.

In tale direzione, lo sviluppo della nuova imprenditorialità sociale, avvenuto in questi ultimi anni, costituisce sicuramente un significativo fattore propulsivo di raccordo tra etica ed economia.

Assistiamo, infatti, ad processo di continua dilatazione del concetto di bisogno sociale.

Tale fenomeno induce a far si che i processi di prevenzione e gestione della domanda di sicurezza sociale non possano e non debbano più essere di esclusiva competenza dei servizi di assistenza sociale, ma secondo una logica policentrica, debbano investire una pluralità di ambiti settoriali: lavoro, formazione, attività ricreative e culturali.

Il nuovo sistema di welfare che si sta affermando, dunque, non può essere considerato come una variabile indipendente. Esso, invece, implica l’adozione di politiche generali per l’occupazione, per i giovani, le famiglie, le infrastrutture, la sicurezza, ed altri ancora.

Si tratta di un cambiamento che modifica la stessa natura dell’intervento sociale, che sempre più va inteso come quella “rete di servizi” destinata ad una rosa di fruitori sempre più ampia, ossia all’intera comunità.

Si consolida un sistema di gestione del bisogno sociale fondato sulla centralità della comunità, che sancisce il passaggio da un modello del Welfare State a quello di Welfare Comunity.

Si determina, quindi, un progressivo ampliamento della gamma dei servizi di sicurezza sociale richiesti dalla comunità; che a sua volta incide sulle caratteristiche dell’offerta degli operatori del settore.

Si afferma, di conseguenza, un modello gestionale più efficiente ed efficace, attraverso il riconoscimento di una stretta relazione tra risorse/strumenti organizzativi evoluti e servizi erogati, che però non incide sui valori di solidarietà sociale da cui trae ispirazione la loro attività.

Si tratta di organizzazioni che si fanno carico di bisogni e interessi di natura collettiva nell’ambito sociale, come del resto anche in altri settori: dalla promozione dei diritti civili, alla tutela dell’ambiente, alla promozione culturale, nello sport.

Questo insieme di iniziative può sicuramente favorire lo sviluppo di ulteriori solide reti di reciprocità e solidarietà, veicolando quei valori capaci di migliorare e qualificare nelle nostre comunità un rinnovato rapporto tra etica, economia e società civile.

In questa direzione, una politica di sviluppo di tali iniziative sociali non può che intervenire sulla problematica spesso critica: quella del finanziamento.

Andrebbero sicuramente valorizzate le esperienze della finanza etica e delle strutture di fund-raising operanti negli altri paesi.

Ma, soprattutto, va incoraggiato e valorizzato il ruolo che potrebbero svolgere ancor più intensamente le Fondazioni bancarie, vista la possibilità di destinare quote rilevanti dei propri patrimoni per finalità di utilità pubblica e sociale.

Le Fondazioni bancarie, infatti, da una prevalente funzione di holding di gestione di partecipazioni bancarie, hanno le potenzialità per trasformarsi nei soggetti protagonisti di una fase di rinnovato rapporto tra etica ed economia.

Attraverso il sostegno della nuova imprenditorialità solidale ed il potenziamento degli investimenti a carattere sociale, in un rapporto di stretta collaborazione con le comunità e le Istituzioni del territorio.


5.ETICA ED ECONOMIA GLOBALE: LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE.

Il rapporto tra etica ed economia va interpretato sia a livello locale che in una dimensione globale.

La crescita della velocità di circolazione di persone, beni, capitali e informazioni su scala planetaria è alla base della globalizzazione.

Si produce così una intensificazione delle interdipendenze globali tra cittadini, imprese ed Istituzioni.
Tale fenomeno è fonte di minacce, ma anche di opportunità.

Oltre alla competizione, infatti, anche la solidarietà sociale si sviluppa sempre più tra territori, soprattutto di scala regionale.
In questa direzione, la cooperazione/collaborazione internazionale costituisce lo strumento principale per “esportare” solidarietà, modelli di sviluppo, capacità di crescita endogene delle comunità locali estere con cui la nostra regione intrattiene rapporti sempre più intensi.

Ciò attraverso progetti di varia natura: dalle reti di tutela sociale, alle infrastrutture di base; dall’assistenza tecnica alle Istituzioni nascenti, allo sviluppo dei servizi pubblici di una comunità; dalla promozione dell’imprenditorialità locale, alla formazione dei quadri e del personale.


6.DALL’ “IO AL NOI COMUNITARIO”: IL RUOLO DEL PIANO SOCIALE DI ZONA PER IL BENESSERE DEL TERRITORIO.

Ho delineato alcune sfide di fondo che abbiamo di fronte, nella nostra comunità regionale, per rafforzare il legame tra etica ed economia.

Ma la sfida forse più profonda, che racchiude e sottintende tutte le altre, è quella di fare un salto culturale, che ci obbliga a passare “dall’io al noi”, dall’essere animal spirits individualistici, a cultori della convivialità capaci di collaborazioni solidali.

I risultati di coesione sociale e sviluppo economico, infatti, debbono essere sempre alimentati, con comportamenti virtuosi, innovativi, da parte di tutti: solo così si conquista il futuro, e si evita il declino.

Dinanzi all’ampliamento degli orizzonti delle minacce e delle opportunità derivante dalle interdipendenze globali, la frammentazione e la “molecolarità” che caratterizzano la nostra regione sono chiamate ad una veloce evoluzione.

Passare “dall’io al noi” significa favorire il passaggio da un protagonismo individuale ad un protagonismo di sistema, territorio, comunità.

Questo richiede la maturazione di un’etica della responsabilità sempre più collaborativa e inclusiva: verso la famiglia, i lavoratori, gli extra-comunitari, la qualità del territorio e delle comunità; ma anche verso il funzionamento delle Istituzioni, rafforzando i canali utili alla condivisione delle scelte ed alla coesione sociale.

Progetti e comportamenti collaborativi, oltre a favorire benessere e qualità della convivenza civile, sono inoltre indispensabili per motivazioni di efficienza.

Società civile, istituzioni, imprese, banche, università, debbono affrontare la sfida della crescita dimensionale.

Creare alleanze e coalizioni territoriali, promuovere compartecipazioni, esprimere progettualità condivise e collaborative è necessario per dare dimensioni adeguate ai nostri progetti di crescita; in ogni campo: dalla formazione alle strategie industriali; dai servizi pubblici locali, agli interventi di welfare; dalle politiche finanziarie, ai progetti infrastrutturali.

Le strategie di coalizione e relazionalità non vanno perseguite in astratto, ma rispetto ai bisogni ed alle esigenze del territorio.

Molte sono le nuove sfide e criticità da affrontare, soprattutto sul piano sociale: i tassi elevati di anzianità della popolazione; il cambiamento dei tradizionali tempi della famiglia; la presenza sempre più massiccia di varie etnie e culture; la richiesta di un sistema formativo evoluto e specializzato; un federalismo “senza risorse” che penalizza gli enti locali ed i servizi finali ai cittadini.

Molti, comunque, sono anche i fattori di fiducia.

Pensiamo alla presenza sempre più ampia e diffusa delle energie vitali del volontariato regionale; o alla crescente disponibilità dell’imprenditorialità ad investire negli interventi di promozione sociale e sanitaria.

In questa prospettiva, è chiaro che i Piani sociali di zona rappresentano rilevanti opportunità di azione per favorire il passaggio dall’ ”io al noi”, anche rafforzando il rapporto vitale tra etica ed economia a livello locale.

In linea con i processi di decentramento e di attuazione della sussidiarietà, infatti, nel Piano sociale regionale il “territorio” viene indicato quale sede privilegiata della progettazione, gestione e controllo delle azioni finalizzate alla promozione del benessere e della salute.

I Piani di zona, di conseguenza, rappresentano gli strumenti privilegiati per realizzare nuove strategie di rete collaborative a livello territoriale, potenziando il capitale sociale delle comunità, valorizzando le nuove forme di interdipendenza tra società, economia ed Istituzioni, offrendo dimensioni efficienti alle politiche di intervento.

La programmazione regionale si è orientata in questa direzione, per offrire un valido supporto alle strategie di coalizione, che ci si augura nasceranno in modo diffuso nelle Marche.

La finalità è di consolidare il modello di crescita economica, coesione sociale e salvaguardia del territorio che da sempre contraddistingue la nostra comunità.


 
navigazione
   
home back home