DALL’INTRAPRENDENZA
INDIVIDUALE AL GIOCO DI SQUADRA.
LA FORZA DELLA PROGETTUALITA’ COLLABORATIVA PER VINCERE LA SFIDA
DELLA COMPETITIVITA’.
di Gian Mario Spacca
1. INTRODUZIONE
Le Marche sono l’espressione avanzata di un modello di sviluppo
flessibile che caratterizza l'area Nord-Est-Centro dell'Italia, segnato
dalla presenza di piccole e medie imprese diffuse sul territorio, organizzate
in sistemi locali, specializzati nelle produzioni tipiche del made in
Italy, internazionalmente aperti.
Questo modello ha offerto una valida alternativa ai sistemi di organizzazione
industriale di matrice fordista, basati sul paradigma della grande impresa
quale unico sistema vincente di competizione, alimentando sul territorio
regionale processi di sviluppo "senza fratture", come ebbe
a definirli Giorgio Fuà .
Tali processi hanno saputo coniugare crescita ed occupazione, competitività
e coesione sociale, finalità di efficienza e di benessere, che
a livello aggregato dell’economia europea , e dei sistemi economici
nazionali, si sono dimostrati difficilmente perseguibili in modo congiunto.
Tuttavia, a fronte di significative performance che hanno caratterizzato
un lungo periodo, le nuove pressioni concorrenziali globali sembrano
mettere in discussione sia la competitività del sistema produttivo
regionale, sia il circuito virtuoso tra competitività economica
e benessere sociale.
Lo stesso sistema distrettuale di organizzazione territoriale delle
attività produttive, che costituisce un fattore cardine di tale
modello, è attraversato da profondi processi di trasformazione
e di evoluzione.
Una riflessione sulle problematiche competitive dei sistemi locali delle
Marche, dunque, richiede di adottare una prospettiva maggiormente orientata
al futuro, evitando una mera rappresentazione dei successi passati.
Diviene fondamentale cogliere, a livello di sistema, sia le principali
sfide che le aree di specializzazione produttiva sono chiamate ad affrontare,
sia le risposte strategiche più appropriate rispetto alle nuove
esigenze concorrenziali.
Si entra così nella più ampia problematica della competitività
del made in Italy. Ma non solo. Le prospettive dei sistemi locali, e
le coerenti politiche di sostegno, incidono sulla sostenibilità
futura degli equilibri complessivi del modello di crescita della comunità
regionale.
Consolidare tali equilibri, anche nei nuovi scenari globali, rientra
nella responsabilità di una imprenditorialità matura ed
evoluta. Ma è anche, e soprattutto, nella responsabilità
delle istituzioni e di tutti gli attori dello sviluppo del sistema-Marche:
associazioni di categoria, forze sociali, camere di commercio, università,
istituzioni finanziarie, centri di ricerca.
Ciascuno deve sentirsi impegnato a mettere in gioco le migliori energie,
competenze, ambizioni e generosità per proporre e qualificare
una rinnovata strategia di crescita dei sistemi locali e dell’intero
modello regionale; rifuggendo la rassegnazione che nasce dalle difficoltà
o l'appagamento di fronte al successo. Solo così si conquista
il futuro e si evita il declino.
In questa direzione, vengono proposti alcuni spunti di riflessione,
con particolare riferimento a:
1. struttura, performance e tendenze evolutive del modello produttivo
regionale;
2. sfide aperte per il futuro;
3. risposte delle istituzioni e degli attori dello sviluppo.
2. STRUTTURA E PERFORMANCE DELL’ECONOMIA REGIONALE
Le Marche sono una regione che presenta elevati livelli di industrializzazione
e imprenditorialità. I confronti interregionali la collocano
al terzo posto in Italia, dopo Valle d’Aosta e Veneto, per il
numero di imprese attive rapportato alla popolazione , e tra le prime
25 regioni d’Europa, sulla base dell’occupazione presente
nei settori dell’industria manifatturiera (Tab. 1).
Tabella 1 - Peso occupazionale dell’industria manifatturiera
(valori 2001 in %).
Marche Toscana Veneto Nord-Est Italia Baden Germania UE-15 Wurttemberger
Occupazione 43,0 34,1 40,0 36,4 31,7 40,8 32,8 28,5
manifatturiera
Fonte: elaborazioni dati Commissione Europea-Eurostat (2003).
Le attività industriali delle Marche si sviluppano attraverso
un modello caratterizzato da una “polarizzazione” tendenzialmente
costante nelle specializzazioni produttive. Circa l’80% dell’occupazione
regionale è assorbita dai settori tipici del made in Italy: sistema-moda
(calzature, tessile e abbigliamento), sistema-casa (legno, mobili e
arredo) e meccanica.
Nonostante le dinamiche interne, nel 2002, come nel 1992, circa l’80%
delle esportazioni continua ad essere originato dai medesimi comparti
produttivi. Le Marche detengono una quota di mercato del 3,4% sull’export
nazionale e tranne che nel periodo di crisi ’98-’99, hanno
registrato performance delle esportazioni sempre superiori alla media
italiana (Tab. 2).
Tabella 2 - Esportazioni Italia-Marche (variazioni %)
Area 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Marche 6,4 32,6 26,6 22,8 4,6 12,6 3,0 -6,5 18,1 10,1 -0,9 1,9
Italia 4,6 21,3 15,7 23,7 2,0 5,2 4,1 0,4 17,5 3,6 -2,8 -4,0
Fonte: dati Ice-Istat (2003)
Sulle esportazioni regionali hanno influito positivamente sia l’essere
al di fuori dei settori più colpiti dalla crisi del 2001 (informatica,
telecomunicazioni, high-tech), sia una posizione di forza, sul piano
dell’orientamento geografico, acquisita nelle aree più
dinamiche dell’Europa Centro-Orientale e della Federazione Russa.
Nel 2003, le Marche, pur di fronte alle pressioni competitive derivanti
dall’apprezzamento dell’euro, alla accresciuta concorrenza
internazionale e alle difficoltà del sistema-moda, registrano
una “tenuta” migliore (+1,9%) sia dell’Italia (-4,0%)
che della macro-regione Nord-Est (-5,5%).
L’andamento del mercato del lavoro marchigiano testimonia la vitalità
di un modello produttivo capace nel tempo di creare nuova occupazione.
La disoccupazione si attesta stabilmente su un livello inferiore alla
metà di quello nazionale ed è in linea con i livelli delle
aree regionali più sviluppate del Paese (Tab. 3).
Indicazioni positive circa la capacità di crescita del sistema
regionale si hanno confrontando, sempre con le regioni più avanzate
del Paese, i tassi di variazione del PIL (Tab. 4).
Tabella 3 - Tasso di disoccupazione. Valori %.
Regioni 1990 1995 2000 2001 2002 2003
Marche 6.7 6.6 5.0 4.6 4,4 3,8
Italia 11,0 11.6 10.6 9.5 9,0 8,7
Alcune regioni NEC
Veneto 4.7 5.6 3.7 3.5 3,4 3,4
Friuli Venezia Giulia 6.5 7.3 4.6 4.0 3,8 3,9
Toscana 8.3 8.3 6.1 5.1 4,8 4,7
Umbria 9.3 9.5 6.5 5.3 5,7 5,2
Alcune regioni Nord-Ovest
Piemonte 6.7 8.2 6.3 4.9 5,1 4,8
Lombardia 4.0 6.1 4.4 3.7 3,8 3,6
Fonte: elaborazioni dati Prometeia (2004).
Tabella 4 - Prodotto interno lordo a prezzi costanti 1995. Tassi di
variazione medi annui.
Regioni 1991-1995 1996-2000 2001 2002 2003 2004* 2005* 2006*
Marche 1,8 2,4 2,4 0,2 0,8 2,0 2,5 2,4
Italia 1,3 1,9 1,8 0,4 0,5 1,4 2,3 2,2
Nord-Est 2,4 2,4 1,5 0,1 0,5 1,6 2,4 2,2
Veneto 2,6 2,3 1,8 -0,6 0,3 1,5 2,4 2,0
Friuli Venezia Giulia 2,0 1,0 0,9 1,7 -0,2 1,2 2,3 2,2
Emilia Romagna 2,1 2,0 2,4 0.4 0,8 1,7 2,4 2,3
Toscana 1,2 2,1 1,4 0,1 0,7 2,0 2,6 2,4
Nord-Ovest 1,0 1,7 1,8 -0,1 0,5 1,5 2,2 2,2
Piemonte 0,9 1,5 1,5 -0,2 0,5 1,4 2,2 2,0
Lombardia 1,1 1,8 2,0 0,2 0,5 1,4 2,1 2,0
Fonte: elaborazioni dati Prometeia (2004). *Dati previsionali (gennaio
2004).
Altrettanto significativi sono gli indicatori di qualità della
vita della comunità regionale.
Le Marche sono la regione che presenta la più alta speranza di
vita in Italia, sia per gli uomini che per le donne. Recentemente l’Irpet,
l’Istituto di ricerca sullo sviluppo locale della Toscana, ha
posto le Marche al primo posto di una speciale classifica del livello
di benessere delle regioni italiane . Tale graduatoria è stata
stilata misurando, in tutte le regioni, un’ampia gamma di indicatori
riguardanti il tenore di vita, la solidità dello sviluppo, l’ambiente
di vita e lavoro, la sicurezza e criminalità, il disagio sociale,
le infrastrutture sociali e culturali (Tab. 5).
Tab. 5 - I livelli di benessere: le prime 10 regioni italiane.
Marche 639
Toscana 615
Trentino A.A. 613
Emilia-Romagna 605
Friuli V.G. 599
Abruzzo 598
Umbria 596
Veneto 590
Valle d’Aosta 565
Liguria 560
Fonte: elaborazioni dati Irpet (2003).
3. FATTORI DI EVOLUZIONE E CRITICITÀ DEI SISTEMI LOCALI
3.1 La riorganizzazione delle reti d’impresa: dai distretti ai
sistemi locali-globali
Le configurazioni tradizionali dei distretti industriali delle Marche
sono attraversate da profondi processi di trasformazione negli assetti
organizzativi . Tale evoluzione può essere interpretata quale
ulteriore espressione di flessibilità dei sistemi di PMI, rispetto
ai mutamenti del mercato, per acquisire nuovi margini di efficienza
e competitività.
La caratteristica principale è rappresentata dalla riorganizzazione
programmata delle reti locali e dei rapporti tra imprese, indotti, a
loro volta, dall’intensificazione della globalizzazione e dall’affermazione
dei principi post-fordisti della "produzione snella".
La globalizzazione induce nuove minacce, ma anche rilevanti opportunità
per le PMI dinamiche ed innovative: si amplia su scala globale lo spazio
economico entro il quale si ricompone la catena del valore dei distretti
locali, favorendo, ad esempio, l’allargamento su scala internazionale
dei mercati di sbocco e dei tradizionali bacini di decentramento.delle
imprese. Invece, l’affermazione dei principi della produzione
flessibile, derivanti dai nuovi modelli tecnologici ed organizzativi
(decentramento, outsourcing, just in time, ecc.), stanno conducendo
verso il ridisegno della "fabbrica" al suo interno, e dei
legami dell’impresa con la rete di fornitori e clienti/committenti.
Inoltre, sono rilevanti i fenomeni di "contaminazione" delle
specializzazioni originarie dei distretti: i vantaggi dell’agglomerazione
spaziale delle imprese passano sempre più attraverso la comparsa
di attività correlate e di supporto che trasformano il distretto
- spesso mono-prodotto o mono-specializzazione - in cluster o sistema
di imprese. In tale forma, emergono nuove specializzazioni, anche attraverso
processi di spin-off, che all’inizio sfruttano le economie di
interazione (learning by interacting) e successivamente si rendono autonome
"fertilizzando" in senso innovativo i tradizionali settori
distrettuali.
In conseguenza di tali fattori evolutivi, i distretti industriali risultano
sempre più caratterizzati:
• dallo sviluppo su scala internazionale di connessioni strategiche
esterne ai confini tradizionali delle aree di specializzazione produttiva;
• dalla crescita di nuovi rapporti evoluti di rete tra imprese,
fornitori e clienti, sia per favorire modelli relazionali cooperativi,
che per avviare, con scale adeguate, attività della catena del
valore necessarie per mantenere il vantaggio competitivo;
• dalla conseguente affermazione di un modello di impresa-rete,
generalmente di media dimensione, capace di svolgere nel sistema locale
un ruolo di leadership sul piano dell’orientamento internazionale
e della diffusione sul territorio del fattore organizzativo-imprenditorale
attraverso le nuove reti collaborative;
• dalla crescente specializzazione per fasi della filiera produttiva,
per favorire le economie di scala nelle attività più standardizzate;
• dal passaggio delle vocazioni produttive originarie a specializzazioni
pluri-settoriali.
Tutti i mutamenti citati danno luogo a "sistemi di specializzazione
territoriale", che si distinguono dai tradizionali distretti sostanzialmente
per il fatto che un numero crescente di imprese opera per un mercato
di riferimento più ampio, anche di portata globale, rispetto
a quello strettamente collegato alla filiera locale.
Un ulteriore e conseguente fenomeno evolutivo è rappresentato
dalla progressiva "gerarchizzazione" dei sistemi di PMI, con
lo sviluppo delle forme organizzative delle reti e dei gruppi di impresa
.
Le motivazioni della diffusione di reti e gruppi d’impresa sono
riconducibili in gran parte al ruolo che risultano in grado di svolgere
sia per raggiungere scale adeguate nelle funzioni strategiche della
catena del valore, che per favorire lo sviluppo descritto dei nuovi
rapporti di collaborazione programmata rispetto a quelli di mercato.
Ma, soprattutto, i gruppi costituiscono una efficiente modalità
di sviluppo "esterno” delle PMI. Di fronte alla difficoltà
di gestione di forme organizzative complesse, infatti, la crescita delle
piccole imprese avviene, più che per modalità interne,
soprattutto attraverso la costituzione di nuove unità facenti
capo ad un unico agente strategico, localizzate anche al di fuori dei
confini distrettuali: si creano così ulteriori premesse per il
superamento del tradizionale modello di distretto marshalliano e per
il rafforzamento del ruolo di traino giocato dalle imprese di media
dimensione.
Tali tendenze evolutive, in definitiva, indicano chiaramente che i processi
di crescita e cambiamento nelle strutture organizzative ed operative,
sono un fattore fondamentale per garantire, in prospettiva, la capacità
competitiva ed innovativa dei sistemi di PMI regionali.
3.2 Il riorientamento dell’export verso l’Europa Centro-Orientale
Il modello di specializzazione dell’export dei sistemi locali
delle Marche presenta una elevata polarizzazione nei settori tipici
del made in Italy. Ma è caratterizzato da un importante dinamismo
evolutivo nell’orientamento geografico : cresce in modo considerevole
il peso dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, e in particolare
dalla Russia, che risulta maggiore rispetto alla media italiana ed a
quella delle altre regioni italiane (Tab. 6).
L’area dell’Europa Centro-Orientale ha così visto
crescere il proprio peso sul totale delle esportazioni marchigiane passando
dal 4% del 1992 al 20,0% del 2002. Tale tendenza testimonia un più
ampio fenomeno di “organizzazione in rete” dei sistemi locali
delle Marche con questa grande area mercato. Si riduce, invece, il peso
nelle destinazioni finali dei Paesi di tradizionale esportazione dell’Unione
Europea, che comunque rivestono ancora un ruolo rilevante in quanto
superiore del 50% del totale export.
Tabella 6 - Esportazioni Marche per area geografica - Anni 1992-2002
(Composizioni % sul totale regionale)
AREE 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002
Unione europea 68.1 65,8 65,0 62,4 58,2 57,1 57,5 60,5 52,8 52,8 52,4
Europa centro orientale 4,0 5,1 7,0 10,0 12,5 14,5 15,8 13,3 16,8 18,5
20,0
Altri paesi europei 5,4 5,0 4,5 4,9 5,0 5,5 5,6 4,3 5,0 4,3 4,3
Africa settentrionale 2.2 2,5 1,8 1,9 2,0 1,9 1,7 2,0 2,1 2,4 2,2
Altri paesi africani 0,9 0,8 0,7 0,7 0,7 0,8 0,8 0,7 0,8 0,8 0,6
America settentrionale 6,0 6,4 6,6 6,1 6.4 6,7 6,9 8,3 10,2 9,7 9,1
America centro meridionale 1,9 2,2 2,5 2,1 2,1 2,3 2,4 1.9 2,4 2,5 2,0
Medio oriente 5,9 5,9 5,1 4,8 4,7 4,1 4,1 3.5 4,0 3,6 3,3
Asia centrale 0,3 0,4 0,3 0,4 0,3 0,3 0,5 0.5 0,5 0,5 0,6
Asia orientale 4,6 4,9 5,5 5,7 6,8 5.7 3,6 3.9 4,3 4,1 4,1
Oceania ed altri territori 0,7 0,9 1,1 1,1 1,3 1,0 1,2 1,1 1,1 0,8 0,9
Mondo 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
Mondo (milioni di Euro) 2.720 3.609 4.570 5.612 5.870 6.609 6.809 6.369
7.525 8.379 8306
Fonte: elaborazioni dati Ice-Istat (2003).
3.3. Persistenti fattori di criticità
Accanto alle tendenze evolutive che denotano una evidente reattività
dei sistemi locali marchigiani, non possiamo nascondere la persistenza
di diversi fattori di criticità:
• il posizionamento di molte delle produzioni regionali in fasce
di mercato medio-basse;
• l’esposizione sia agli andamenti meno dinamici della domanda
mondiale, che alla crescente ed aggressiva concorrenza dei Paesi di
nuova industrializzazione, derivante dalla specifica e ampia specializzazione
dei sistemi locali regionali nei settori tradizionali del made in Italy;
• la mancanza di contatti diretti con il mercato finale per un
gran numero di micro e piccole imprese, con la conseguente difficoltà
di acquisire il valore che si concentra nelle fasi a valle della produzione;
• la ridotta dimensione delle imprese, con la carenza di scale
adeguate per le attività di ricerca, formazione, innovazione
e marketing, che sono alla base della attuale competizione su scala
internazionale;
• la fragilità finanziaria di imprese spesso vincolate
al ricorso all’autofinanziamento per sostenere i programmi di
sviluppo;
• la prevalenza assoluta di modelli familiari di corporate governance,
con la limitata diffusione di modelli manageriali basati sul principio
della separazione tra proprietà controllo;
• l’ampia portata del problema della continuità delle
funzioni imprenditoriali, da garantire attraverso efficaci modelli di
ricambio generazionale.
Tali criticità inducono ad individuare alcune sfide di fondo
da una parte per garantire la competitività futura dei sistemi
locali, dall’altro per consolidare la capacità dell’intero
sistema-Marche di rinvigorire il circuito virtuoso tra benessere sociale
e crescita economica.
4. LE SFIDE APERTE PER IL FUTURO
4.1 Innovazioni e competitività
Le Marche hanno raggiunto un livello del PIL pro-capite che è
superiore, anche se di poco, ai valori medi dell’Italia e dell’UE-15.
Ma se ci si confronta con le altre regioni del Nord-Est si registra
un divario negativo nei livelli di sviluppo di circa il 20% (Tab. 7).
Se si vuole ridurre questo divario è necessario affrontare decisamente
la sfida dell’innovazione, per realizzare sostanziali incrementi
di produttività .
Le innovazioni sono oltretutto indispensabili per sostenere la sfida
della competitività internazionale del made in Italy , che è
particolarmente sentita nelle regioni del modello NEC e, in particolare,
nelle Marche che sono caratterizzate da un modello di specializzazione
produttiva ad elevata polarizzazione in pochi settori produttivi. Si
tratta di una sfida antica, ma che assume un ruolo strategico nel contesto
attuale di concorrenza globale, dinanzi alla crescente “aggressività”
e capacità competitiva dei Paesi di nuova industrializzazione,
che oltre a disporre di rilevanti vantaggi competitivi di costo, risultano
anche forti assimilatori di tecnologia. Le pressioni concorrenziali
sono rese ancora più stringenti dal regime di disciplina monetaria
imposto dall’euro.
Occorre riflettere sul fatto che, se da un lato le produzioni del made
in Marche dimostrano una notevole flessibilità nello spostamento
tra le diverse aree geografiche, dall’altro il modello di specializzazione
dei sistemi locali marchigiani può acquisire con relativa facilità
diversificazioni “coerenti” con le vocazioni produttive
di base, ma manifesta una comprensibile “inerzia” nel riposizionamento
su produzioni con maggiori contenuti tecnologici .
Tabella 7 – Livelli relativi del PIL pro-capite
PIL pro-capite
Media 2000
‘97-’98-’99
Marche 103,5 102,1
Nord-Est 122,3 120,6
Italia 102,9 102,0
UE-15 100,0 100,0
UE-27 86,5 86,5
Fonte: Commissione Europea-Eurostat (2003).
4.2 Apertura internazionale e radicamento territoriale
Anche dal punto di vista dell’integrazione internazionale, i
dati dimostrano che la regione Marche presentano una quota delle esportazioni
sul valore aggiunto superiore alla media italiana, ma ancora molto inferiore
ai livelli di apertura raggiunti dalle altre regioni dell’area
NEC, ad eccezione del Trentino-Alto Adige, e da Lombardia e Piemonte
(Tab. 8). Questo nonostante le Marche siano una regione più piccola
e quindi tendenzialmente più aperta all’esterno. Evidentemente
ci sono spazi ancora da colmare nella capacità di collocare i
prodotti marchigiani sui mercati internazionali.
Si riscontra anche un sensibile sottodimensionamento della economia
marchigiana negli investimenti esteri diretti sia in entrata sia in
uscita, nonostante una lieve tendenza in aumento di questi ultimi a
seguito della delocalizzazione produttiva (Tab. 9).
La sfida di una crescente apertura internazionale va gestita in un difficile,
ma irrinunciabile bilanciamento con un’altra esigenza prioritaria,
che è quella di mantenere nelle scelte imprenditoriali un saldo
radicamento territoriale, per non disperdere i benefici della crescita
“senza fratture” del sistema territoriale regionale.
Coniugare orientamento internazionale e valorizzazione del territorio
regionale quale base domestica attrattiva ed efficiente costituisce
un’agenda di importanza strategica per salvaguardare la coesione
sociale e i livelli di benessere della comunità delle Marche.
Tabella 8 - Grado relativo di apertura sui mercati esteri* (valori
percentuali).
Anni 1996 1997 1998 1999 2000 2001
Marche 102,3 111,1 107,5 99,9 100,3 104,1
Trentino A. Adige 103,4 105,5 103,0 104,7 101,5 98,2
Veneto 121,9 123,1 122,5 128,0 123,8 128,4
Friuli Venezia G. 141,7 141,2 158,9 150,2 148,6 149,8
Emilia-Romagna 108,7 111,3 113,8 113,5 106,2 108,2
Toscana 124,1 123,1 118,4 118,5 119,3 114,8
Umbria 63,4 63,4 64,4 63,4 63,8 63,8
Piemonte 127,3 120,9 115,7 112,8 108,9 107,8
Lombardia 117,5 115,2 114,3 112,2 108,0 109,3
Italia 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
* Rapporto tra il grado di apertura sui mercati esteri delle regioni
e quello dell’Italia. Il grado di apertura è calcolato
come rapporto tra esportazioni e valore aggiunto al costo dei fattori
dell’industria in senso stretto (esclusa l’edilizia).
Fonte: elaborazioni dati Ice-Istat (2003).
Tabella 9 - Grado di concentrazione imprese a partecipazione estera
e imprese estere partecipate (Valori %).
Grado di concentrazione Grado di concentrazione
imprese a partecipazione estera* imprese estere partecipate**
1997 1998 1999 2000 2001 2002 1997 1998 1999 2000 2001 2002
Marche 1,3 1,5 1,5 1,7 1,5 0,7 2,6 2,6 2,6 2,8 3,2 2,9
Trentino Alto Adige 2,6 2,6 2,6 2,3 2,4 2,1 0,9 0,8 0,8 1,0 1,3 1,6
Veneto 8,0 8,5 8,5 8,8 7,6 6,2 12,8 11,6 11,6 12,8 13,6 11,2
Friuli Venezia Giulia 2,2 2,3 2,3 2,6 2,0 1,8 2,1 1,8 1,8 2,2 2,8 2,8
Emilia-Romagna 9,0 10,1 10,1 9,9 9,1 7,8 16,9 13,4 13,4 15,8 17,9 12,7
Toscana 4,9 5,0 5,0 5,2 4,4 4,0 4,0 3,8 3,8 3,6 3,4 4,8
Umbria 1,4 1,3 1,3 1,5 1,2 0,7 0,5 0,4 0,4 0,5 0,5 0,4
Piemonte 13,0 13,7 13,7 13,8 12,4 8,5 13,7 16,4 16,4 15,4 13,8 14,0
Lombardia 37,0 34,9 34,9 34,1 44,6 53,4 39,5 36,0 36,0 33,6 39,2 37,7
Italia 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
100,0 100.0
*Quota percentuale sul totale degli stabilimenti delle imprese industriali
italiane a partecipazione estera presenti all’inizio di ogni anno.
**Quota percentuale sul totale degli investimenti diretti italiani all’estero
all’inizio di ogni anno, per regione di origine della casa madre.
Fonte: elaborazioni dati Ice-Istat (2003).
4.3 Il problema dimensionale
Secondo il Censimento del 2001, in Italia le unità locali dell’industria
manifatturiera impiegano, in media, 6,3 addetti. Nelle Marche l’intervallo
dimensionale prevalente è tra 6 e 9 addetti .
Raggiungere dimensioni efficienti, soprattutto per lo sviluppo delle
attività critiche della catena del valore, a più alto
valore aggiunto, rappresenta un’altra sfida prioritaria, che non
riguarda soltanto l’economia marchigiana, ma si pone a livello
nazionale. Questo non significa che tutte le piccole imprese debbano
necessariamente crescere per sopravvivere. Possono restare piccole purché
riescano a partecipare a sistemi e reti di interscambio produttivo e
distributivo più ampie, attraverso forme di collaborazione, di
partnership, di circuiti di qualità. Nello stesso tempo, le imprese
che possono sfruttare direttamente le economie di scala debbono necessariamente
crescere a livello dimensionale, con il sostegno di una maggiore capacità
imprenditoriale e organizzativa e di maggiori risorse finanziarie. L’apporto
permissivo, ma anche selettivo, delle banche e degli intermediari finanziari
specializzati è al riguardo di cruciale importanza .
La necessità di tenere conto della rilevanza della variabile
dimensionale nel posizionamento competitivo emerge da una valutazione
della classifica 2002 delle imprese marchigiane redatta dalla Fondazione
Aristide Merloni : è significativo constatare che, a fronte dei
fenomeni di difficoltà del settore calzaturiero, le imprese di
maggiore dimensione di tale comparto, capaci di investire per innovare,
accrescere la qualità del prodotto o internazionalizzarsi, riescono
ad incrementare le proprie vendite e la loro redditività.
5. POLITICHE TERRITORIALI PER LA COMPETITIVITÀ DEI SISTEMI LOCALI
5.1 L’individuazione dei sistemi locali
La Regione Marche, in applicazione della L. 317/91 e delle normative
seguenti, ha approvato nel corso del tempo tre provvedimenti successivi
di delimitazione dei distretti e dei sistemi locali marchigiani .
Le delimitazioni territoriali delle specializzazioni produttive sono
state modificate proprio per renderle più aderenti possibile
alle situazioni reali. La Regione Marche, infatti, pur avendo chiari
i limiti rappresentativi dei criteri della L. 317/91 e del conseguente
Decreto Guarino, ha proceduto alla loro applicazione in modo strumentale,
al fine di sfruttare le conseguenti opportunità di finanziamento
di una nuova “politica industriale territorializzata” che
stava prendendo corpo sul piano degli orientamenti di policy, i cui
lineamenti saranno approfonditi in seguito.
La Regione nel proprio Piano per le attività produttive 2002-2005
ha utilizzato il noto modello dei 49 poli di specializzazione produttiva
per analizzare la configurazione dei sistemi locali marchigiani.
Confrontando il processo legislativo delle Regioni , ad esempio, si
evidenza che le Marche hanno individuato il maggior numero assoluto
di aree di specializzazione produttiva, insieme alla Lombardia (Tab.
10): tale risultato esprime l’impegno profuso dalla Regione per
interpretare, pur nell’ambito dei vincoli dei criteri legislativi,
la crescente complessità organizzativa del modello territoriale
di specializzazione produttiva.
Tabella 10 - Processo legislativo delle Regioni per l’individuazione
dei sistemi locali.
Regioni Normativa Normativa in base Normativa Numero distretti
in base alla L 317/91 in base attualmente
alla L. 317/91 e alla L 140/99 alla L.140/99 riconosciuti
Piemonte X 26
Lombardia X 16
Veneto X 19
Friuli-Venezia Giulia X 4
Liguria X 1
Toscana X 12
Marche X 26
Lazio X 3
Abruzzo X 6
Campania X 7
Puglia X 6
Basilicata X 4
Sardegna X 4
Totale 133
Fonte: Ministero delle Attività Produttive-IPI, 2002, p. 51.
5.2 La politica industriale territorializzata
Nell’ambito del Piano per le attività produttive 2002-2005
e del Testo Unico degli interventi , le azioni per la competitività
dei sistemi locali costituiscono una distinta e specifica linea d’intervento.
Nel disegno di policy della Regione Marche la realizzazione di una politica
industriale territorializzata, specifica per i sistemi locali, si inserisce
nell’ambito di un più generale impegno al rafforzamento
della attrattività e competitività territoriale dell’economia
regionale: l’obiettivo è il sostegno alle reti locali di
sviluppo, soprattutto per la realizzazione di progetti di sistema, in
grado di incidere significativamente sulle economie esterne di una vasta
platea di PMI delle aree-sistema. In altri termini, la Regione Marche
individua il livello di sistema locale e di settore quale dimensione
rilevante degli interventi di politica industriale, affiancandolo a
quello più tradizionale di impresa.
Per tali finalità la Regione ha promosso una formula di politica
industriale “territorializzata”, attraverso la costituzione
di Comitati di Distretto (COICO) coincidenti con le varie aree di specializzazione
produttiva .
Le risorse vengono destinate dalla Regione al finanziamento dei progetti
presentati dai Comitati e tesi a rafforzare precisi fattori critici
di competitività: ricerca industriale, ricerca precompetitiva
e trasferimento tecnologico; internazionalizzazione e promozione; qualità
e innovazione.
In questa visione, l’esistenza di un sistema locale non dipende
solo dalla possibilità di misurare su di un dato territorio alcune
variabili strutturali (numero delle imprese, occupazione, grado di specializzazione,
ecc.), ma anche dalla capacità degli attori locali di costruire
strategie cooperative e coalizioni per lo sviluppo locale, investendo
in progetti e istituzioni comuni (Fig. 1).
Anche se attraverso il Comitato di Distretto viene messa a fuoco una
particolare “dimensione organizzativa” del sistema locale,
questa non definisce una nuova forma burocratico-amministrativa, bensì
una “regia” territoriale snella e veloce, in grado di coordinarsi
e di indirizzare progetti e risorse finanziarie regionali, nazionali
ed europee sugli obiettivi di sviluppo locale..
In definitiva, la Regione Marche, attraverso i Comitati di Distretto,
ha inteso promuovere uno strumento di raccolta e di attivazione della
relazionalità economica ed istituzionale a livello locale, per
favorire la qualità progettuale degli interventi di politica
industriale, proposti dagli attori dello sviluppo territoriale, e per
rafforzare il capitale sociale dell’area-sistema.
Figura 1 - Il modello di funzionamento della politica industriale “territorializzata”.
COICO Regione Fondi regionali,
nazionali, comunitari
Programma di sviluppo
Progetti operativi
PMI, altri soggetti progetti di ricerca,
privati e pubblici qualità e innovazione,
internazionalizzazione
Sistema produttivo locale
La Regione ha promosso in via iniziale e sperimentale la costituzione
dei COICO in alcune aree-sistema: l’area calzaturiera del Fermano-Maceratese;
l’area Pesarese del mobile; l’area plurisettoriale di Recanati-Osimo-Castelfidardo;
l’area agro-industriale di San Benedetto del Tronto; l’area
Fabrianese della meccanica. I COICO hanno elaborato i propri Programmi
di sviluppo, che sono stati approvati dalla Regione.
Ora, con il Testo Unico per le attività produttive si avvia una
seconda fase.
La Giunta Regionale ha assegnato alle aree distrettuali oltre 3 milioni
di euro derivanti dagli stanziamenti della Legge n.266/97. Tali risorse
andranno a cofinanziare i progetti dei sistemi locali che si concentrano
sulle azioni che riguardano ricerca, innovazione, qualità e internazionalizzazione.
In considerazione dello stato di particolare difficoltà del calzaturiero,
a tale sistema locale sono state assegnate risorse in misura doppia
rispetto allo stanziamento delle altre aree-sistema.
5.3 Il caso del calzaturiero: strumenti di una strategia di sistema
La politica territorializzata descritta, tuttavia, costituisce solo
uno degli strumenti utilizzati dalla Regione nel disegno complessivo
di rafforzamento della competitività dei sistemi locali marchigiani.
L’azione di policy a favore delle aree-sistema, infatti, è
finalizzata ad integrare diversi strumenti, utilizzando risorse regionali,
nazionali e comunitarie
Un esempio di tale approccio è quello utilizzato per affrontare
le difficoltà del sistema-moda regionale, con particolare riguardo
al settore calzaturiero. I sistemi locali specializzati in tali comparti,
che esprimono oltre il 40% dell’occupazione regionale, sono quelli
più intensamente esposti alle pressioni concorrenziali, soprattutto
da parte dei Paesi di nuova industrializzazione.
La politica di rilancio competitivo dei sistemi locali calzaturieri
sviluppata dalla Regione si articola su due livelli di azione: regionale
ed internazionale. Sul piano regionale, citando solo alcuni degli esempi
più significativi, molteplici sono gli strumenti utilizzati,
in una logica integrata, accanto alle specifiche politiche territorializzate
appena esaminate:
• riduzione del prelievo fiscale regionale IRAP;
• priorità negli interventi di incentivazione, L. 488/92
e Testo Unico, con particolare riferimento al sostegno dei processi
di investimento, innovazione e supporto finanziario delle PMI;
• destinazione prioritaria di risorse nei progetti di promozione
e internazionalizzazione cofinanziati da Regione e ICE;
• priorità nei progetti di ricerca relativi alla delibera
Cipe n.17/2003 affidati alle Università marchigiane;
• priorità nei programmi di formazione e riqualificazione
dell’occupazione;
• piano straordinario di ammortizzatori sociali per i lavoratori
del comparto.
Sul piano nazionale e internazionale, inoltre, le Marche, in accordo
con le altre Regioni che presentano una simile struttura produttiva,
hanno avanzato un documento per la “difesa attiva” del made
in Italy, con particolare riguardo al comparto calzaturiero.
Tale strategia si basa sui seguenti punti:
• certificazione d’origine dei prodotti provenienti da aree
extra-Ue;
• certificazione dei prodotti su standards che garantiscano la
tutela della salute dei consumatori;
• innalzamento dei ridotti requisiti di tutela ambientale, sociale
e del lavoro di alcuni competitori che alterano la concorrenza a danno
delle nostre imprese;
• promozione di condizioni di reciprocità negli scambi,
per garantire che all’apertura dei mercati europei ai prodotti
extra-UE corrisponda una possibilità di accesso del made in Italy
nei Paesi di nuova industrializzazione;
• azioni per contrastare importazioni illegali e contraffazioni;
• maggiore determinazione nell’affermazione di misure anti-dumping
negli accordi sul commercio internazionale.
5.4 Le Agende di sviluppo locale (ARSTEL)
Integrare con il territorio le politiche regionali costituisce un principio
fondante della programmazione della Regione, che per tali finalità
ha anche promosso la costituzione sperimentale di nuovi strumenti quali
le Agende regionali di sviluppo territoriale locale .
Le ARSTEL costituiscono un nuovo modello di programmazione negoziata
delle politiche per lo sviluppo locale, sul piano economico, ambientale
e sociale. Si tratta di agende, non di agenzie, redatte e concordate
da una pluralità di attori locali, istituzionali e privati, per
promuovere l’integrazione e la convergenza degli interventi pubblici
e privati programmati in un determinato contesto territoriale, favorendo
una più efficiente allocazione delle risorse investite.
Con l’accentuarsi della globalizzazione, infatti, accanto alle
azioni per rafforzare il “core-business” delle aree distrettuali,
anche la diversificazione economica e la diffusione dello sviluppo nelle
aree svantaggiate divengono un impegno essenziale.
Non si è di fronte ad alternative o trade-off insuperabili: sono
necessari sia più competitività delle attività
industriali, sia più sostegno alle attività economiche
complementari, integrando quelle culture “mono-prodotto”,
a volte foriere di forme di dipendenza “patologiche” dei
territori rispetto alle prospettive di successo di singoli settori o
imprese.
6. LA NUOVA FRONTIERA DELLA COMPETIZIONE GLOBALE: L’ATTRATTIVITÀ
DEL SISTEMA-MARCHE
Il rafforzamento della competitività territoriale è uno
degli obiettivi strategici del complessivo disegno di policy della Regione
Marche.
“E’ necessario sostenere una strategia di qualificazione
e integrazione attiva attraverso la promozione di capitale sociale e,
dunque, di un’intensa relazionalità sul territorio tra
tutti i soggetti protagonisti dello sviluppo regionale, intorno a progetti
comuni relativi ai fattori critici della competitività: internazionalizzazione;
innovazione; credito e finanza; formazione; infrastrutture materiali
e immateriali” . In questa proposizione contenuta nel Piano per
le attività produttive 2002-2005 sono condensati molti degli
elementi costitutivi dell’orientamento di fondo della politica
industriale della Regione Marche.
Viene comunemente sostenuto, infatti, che nel quadro della globalizzazione
la concorrenza non è più solo tra imprese e prodotti,
bensì tra interi sistemi territoriali . La Regione, pertanto,
accompagna la capacità competitiva del sistema produttivo e territoriale
delle Marche in due distinti mercati globali:
• quello dei prodotti, per conquistare quote crescenti della domanda
mondiale;
• quello delle localizzazioni produttive, per favorire il radicamento
e l’insediamento locale di attività produttive ad elevata
generazione di occupazione, reddito e conoscenze.
Tabella 11 – Piano attività produttive 2002-2005: articolazione
di sintesi per obiettivi e strumenti di politica industriale della Regione
Marche.
OBIETTIVI OBIETTIVI OBIETTIVI
GENERALI INTERMEDI (fattoriali) SPECIFICI
Asse 1.Sviluppo produttivo 1.1Aiuti agli investimenti
(L. 1329/65; 949/52; L. 10/91)
1.2 Creazione di imprese,
ampliamenti,ammodernamenti,
riconversioni, trasferimenti
Crescita della competitività (L. 341/95, cof. Ob.2 L488/92)
di sistema
Asse 2.Ricerca e sviluppo, 2.1 Ricerca (L. 140/97; L. 598/94)
qualità ed innovazione “ Qualità (L.R. 13/00)
“ Innovazione (L. 598/94 art. 11;
L.R. 12/00 art. 17)
2.2 Competitività dei sistemi locali
(COICO)
Gli strumenti (indiretti)
Sviluppo compatibile di politica industriale
(SVIM, Centri servizi)
Asse 3.Internazionalizzazione 3.1 Aiuti all’export
e promozione (leggi nazionali non delegate)
“ Investimenti diretti all’estero
(leggi nazionali non delegate)
Creazione di lavoro 3.2 Promozione, fiere e
stabile e di qualità internazionalizzazione
3.3 Sportello unico per
l’internazionalizzazione
3.4 Sostegno ai Consorzi
all’esportazione (L. 83/89)
Asse 4.Equilibrio gestione 4.1 Capitalizzazioni e sostegno al
Aumento del PIL Marche finanziaria capitale di rischio
4.2 Miglioramento condizioni
creditizie
4.3 Fondi di garanzia: S.R.G.;
L. 1068 F. garanzia artigianato;
Coop. art. gar L.R. 14/00 art. 7,
Consorzi fidi industriali.
Fonte: Regione Marche, 2003, p. 92.
La capacità di un sistema-regione di concorrere in questi due
mercati strategici deriva da molteplici fattori, che possono essere
racchiusi nel concetto di “attrattività” del sistema-regione.
La strategia della Regione Marche, dunque, mira a rafforzare l’attrattività
“esterna” (internazionale) ed “interna” (territoriale)
del sistema-Marche e del suo apparato produttivo. L’attrattività
esterna viene perseguita attraverso le politiche di sostegno all’immagine
ed alla competitività del sistema-Marche sui mercati internazionali.
L’attrattività interna si consolida potenziando la cosiddetta
competitività territoriale, ovvero un ambiente favorevole sia
ai processi di crescita ed evoluzione organizzativa dei sistemi locali
e PMI, che alle scelte imprenditoriali di radicamento locale.
In altri termini, il disegno di politica industriale, se da un lato
è intensamente proiettato a sostenere le strategie di sviluppo
delle PMI su scala internazionale, dall’altro mira a rafforzare
progetti volti ad accrescere la dotazione del territorio di un insieme
di fattori critici (innovazione, ricerca e qualità, finanza,
infrastrutture hard e soft.) per consolidare le qualità attrattive
della base domestica regionale . Tali progetti operano sia a livello
di settore/sistema locale, influenzando le economi esterne, che a livello
d’impresa, focalizzando gli interventi sugli anelli critici della
catena del valore delle PMI regionali per rafforzarne la dotazione di
fattori di competitività non-price.
E’ evidente il desiderio di continuare a coniugare finalità
di competitività e di benessere per l’intera comunità
regionale, rafforzando la capacità del modello di sviluppo marchigiano
di esprimere nuova industrializzazione “senza fratture”
anche nei nuovi contesti di concorrenza globale. L’impostazione
“fattoriale” di questa politica ha trovato la sua “definizione”
nella programmazione regionale attraverso i già citati strumenti
del Piano per le attività produttive 2002-2005 (Tab. 11) e del
Testo Unico.
Gli strumenti di politica industriale regionale sono alimentati in modo
unitario dalle risorse provenienti da tre fonti finanziarie - regionale,
nazionale ed europea - che confluiscono nel “Fondo regionale per
le attività produttive”(Tab. 12), che definisce l’ammontare
complessivo di risorse utilizzate in modo diretto per gli obiettivi
di politica industriale regionale .
Attraverso il Piano attività produttive ed il Testo Unico la
Regione ha attuato i processi di decentramento amministrativo in materia
di incentivi alle imprese. Lo stesso Ministero delle Attività
Produttive pone le Marche fra le prime Regioni in Italia sulla base
di specifici parametri di efficacia nell’attuazione del decentramento
(Fig.2).
Tabella 12 - Riepilogo stanziamenti del “fondo regionale per
le attività produttive” (2000-2002)*.
Anni Strumenti Strumenti statali Strumenti Totali
regionali (Fondo unico) europei (Fondo regionale per
le attività produttive)
2000 27 27 0 54
2001 15 30 0 45
2002 14 26 40 80
*Valori in milioni di euro.
Fonte: elaborazioni Regione Marche.
Figura 2 - Indici di performance delle Regioni in materia di incentivi
alle imprese.
Fonte: Ministero Attività Produttive, 2002 p. 55.
Tali risultati sono stati ottenuti in un contesto che, anche nel campo
della politica industriale, si può definire di “federalismo
senza risorse” .
Nell’ambito del nuovo modello di policy della Regione gli obiettivi
e gli strumenti di politica industriale sono stati semplificati, concentrati,
riorganizzati ed esplicitamente orientati in direzione di progetti fattoriali
tesi a sviluppare:
• più internazionalizzazione stabile e strutturata sui
mercati esteri, perché molte imprese regionali ancora esportano,
ma non “entrano” nei mercati esteri, rimanendo fortemente
esposte alle fluttuazioni della domanda mondiale;
• più internazionalizzazione “senza fratture”,
affinché l’espansione internazionale e l’aumento
di quote di mercato nelle aree a maggiore sviluppo, non provochino ricadute
occupazionali, ampliando al contrario le opportunità e le risorse
da investire nel territorio, al fine di potenziare le attività
e le produzioni a maggior valore aggiunto, utili per “traslare”
verso l’alto la posizione competitiva delle PMI, dei sistemi locali
e dell’intero sistema produttivo regionale;
• più immagine del made in Italy sui mercati esteri, attraverso
la valorizzazione coordinata (cross-marketing) delle “eccellenze”
turistiche, culturali, ambientali, formative e gastronomiche che caratterizzano
l’intero sistema-Marche, anche attraverso progetti integrati con
altre regioni italiane;
• più sostegno di sistema (nazionale ed europeo) al made
in Italy, senza velleità di ricorso ad antistorici dazi doganali,
ma con un chiara e coordinata azione di valorizzazione, tutela e promozione
nelle sedi nazionali ed internazionali;
• più ricerca ed innovazione, per promuovere quei fattori
di competizione non di prezzo che giocano un ruolo fondamentale per
riposizionare su più elevate fasce di mercato le produzioni regionali,
evitando il rischio di fenomeni di “spiazzamento competitivo ed
occupazionale” originato dalle pressioni concorrenziali dei Paesi
di nuova industrializzazione;
• più formazione ed occupazione di qualità, perché
la continua produzione di nuova conoscenza è il fattore chiave
per spingere il core-business regionale dei settori tradizionali del
made in Italy a rimanere a contatto con la propria frontiera tecnologica,
ed alimentare una domanda di lavoro ad elevata qualificazione;
• più finanza per lo sviluppo reale, perché strategie
imprenditoriali di espansione internazionale, ricerca, innovazione,
crescita dimensionale/organizzativa, non possono prescindere dalla disponibilità
di un solido ed evoluto sistema di istituzioni e strumenti finanziari.
• più infrastrutturazione “hard”, ma anche“soft”,
perché accanto alle tradizionali e pur sempre strategiche reti
viarie, anche le nuove reti immateriali giocano un ruolo significativo
per favorire le esternalità del territorio.
7. DALLA “DIFESA ATTIVA” ALLA “COMPETITIVITÀ
DI SISTEMA”
Il problema centrale, dunque, resta la sostenibilità del modello
di sviluppo regionale, che è stata più volte ripresa nel
corso del tempo, insieme alle connesse strategie di rafforzamento competitivo.
Alla fine degli anni Settanta tra le coordinate strategiche emerse da
uno studio sull’organizzazione produttiva marchigiana veniva individuata
la strategia della “difesa attiva” per rafforzare la competitività
del modello produttivo regionale. L’opzione strategica era quella
di razionalizzare l’esistente, cioè del mutamento programmato
delle strutture d’impresa: il vantaggio della difesa attiva era
quello di progredire negli stessi settori in cui le imprese avevano
maturato le loro esperienze; i rischi erano legati alla conseguente
necessità di intensificare i processi di investimento, insieme
alla crescita organizzativa, imprenditoriale e manageriale.
Negli anni Ottanta più volte sono stati evidenziati i punti di
forza e le criticità del modello marchigiano, riconducibili in
gran parte alle difficoltà incontrate, soprattutto dalle imprese
di più piccola dimensione, nell’affrontare gli scenari
globali. Si domanda De Rita: “nel momento in cui si richiedono
soglie dimensionali più alte per assicurare l’efficienza,
nel momento in cui molte imprese anche grandi e grandissime si alleano,
si fondono, si scambiano partecipazioni per fare ricerca, per commercializzare,
per acquisire tecnologie, o per reperire strumenti finanziari, qual
è la risposta che un sistema economico periferico fondato su
piccole e micro-dimensioni può dare? Esiste ancora uno spazio
per questi sistemi decentrati e diffusi?” .
Negli anni Novanta molte sono state le trasformazioni che hanno interessato
il modello marchigiano. Nuove combinazioni di mezzi di produzione, nuovi
metodi produttivi, introduzione di nuovi prodotti e servizi, nuove formule
organizzative e apertura di nuovi mercati. Notevoli sono stati i risultati
dello sviluppo economico e del benessere sociale, a dispetto di tanti
“pessimisti”.
Tuttavia, come ha osservato Alessandrini, agli inizi degli anni Duemila,
nonostante le trasformazioni avvenute, la chiave di lettura dominante
che ancora si impone per interpretare le dinamiche di crescita delle
Marche, continua ad essere la capacità di tenuta delle piccole
dimensioni: “In questo nuovo scenario diventa fondamentale saper
gestire le piccole dimensioni come punto di forza da valorizzare e non
come debolezza da proteggere perché destinata a soccombere. In
altre parole occorre fare di necessità virtù ed elaborare
una strategia di integrazione attiva, adattabile alla realtà
economica marchigiana, piuttosto che limitarsi a difendersi passivamente
da un contesto sempre più competitivo e in continua evoluzione”
.
Questa interpretazione non vale solo per il sistema imprenditoriale,
bensì coinvolge l’intero sistema-Marche. Le Marche, infatti,
sono una piccola regione con un forte policentrismo sociale, economico
ed istituzionale:
• una struttura urbana diffusa, basata su tante, piccole, municipalità
e comunità locali;
• un modello economico diffuso, basato in grandissima prevalenza
sulla micro e piccola imprenditorialità (turismo, commercio,
artigianato, industria, ecc.);
• un sistema finanziario articolato sul territorio, ma ugualmente
caratterizzato da residue banche locali di ridotta dimensione;
• un sistema formativo in cui emergono molteplici centri di eccellenza,
la cui dimensione relativa risulta alquanto contenuta.
Si pone con forza l’esigenza di una opzione condivisa dall’intera
comunità regionale, su una semplice ma impegnativa linea di condotta:
quella dell’”interdipendenza attiva” per la crescita
dimensionale.
Politiche di networking, reti collaborative, alleanze territoriali,
sono indispensabili, soprattutto in un sistema produttivo basato in
modo prevalente su imprese di micro e piccola dimensione, al fine di
raggiungere scale efficienti nelle attività strategiche della
catena del valore (internazionalizzazione, innovazione, ricerca e sviluppo,
logistica, finanza), favorendo la diffusione di nuove conoscenze e,
quindi, la rigenerazione del fattore organizzativo-imprenditoriale.
La politica industriale regionale per l’attrattività del
sistema-Marche si basa proprio sulla promozione attiva di interdipendenza
e relazionalità sul piano globale (esterno) e locale (interno).
Le stesse politiche territoriali per la competitività dei sistemi
locali costituiscono un esempio di un’opzione strategica per l’interdipendenza
attiva e la condivisione progettuale degli attori dello sviluppo locale.
Questo è un impegno irrinunciabile per tutti i protagonisti della
crescita della comunità delle Marche. Soprattutto in una fase
come quella attuale, di transizione verso un compiuto assetto istituzionale
federale, che spesso si manifesta con l’attribuzione di nuove
funzioni senza un adeguato e conseguente trasferimento di risorse per
il loro esercizio: la finalità è elevare la qualità
dei progetti, attraverso la selezione coerente delle risorse disponibili
in funzione di obiettivi condivisi di crescita economica e sociale di
medio-lungo periodo.
L’incremento del capitale sociale del sistema regionale costituisce,
dunque, una priorità irrinunciabile nei comportamenti degli attori
delle istituzioni, della società. e dell’economia. Priorità
da perseguire rafforzando la fiducia nei comportamenti collaborativi
.
Per tali finalità, la sfida forse più profonda, che racchiude
e sottintende tutte le altre, è quella di fare un salto culturale,
che obbliga:
• ad evolvere dallo status di “animal-spirit”, single,
carico di individualismo, a quello di “branco”, “gruppo”,
“squadra”, “sistema”, cultore di forti collaborazioni
solidali;
• a sviluppare una nuova etica dell’intraprendenza, a partire
dai livelli di benessere raggiunti.
E’ necessario favorire il passaggio da un protagonismo individuale
ad un protagonismo di sistema, territorio, comunità. Questo richiede
la maturazione di un’etica della responsabilità sempre
più collaborativa e inclusiva: verso la famiglia, i lavoratori,
gli extra-comunitari, la qualità del territorio e delle comunità;
ma, anche, verso il funzionamento delle Istituzioni.
Istituzioni, imprese, banche, università, forze sociali, debbono
affrontare la sfida della relazionalità condivisa, che significa
creare alleanze e coalizioni territoriali, promuovere compartecipazioni,
esprimere progettualità collaborative. Tutto questo è
necessario per dare dimensioni adeguate ai progetti di crescita; in
ogni campo: dalla formazione alle strategie industriali; dai servizi
pubblici locali, agli interventi di welfare; dalle politiche finanziarie,
ai progetti infrastrutturali.
8. CONCLUSIONI
In estrema sintesi, “solo dimostrando di essere una vera comunità,
dotata di una autentica identità, le Marche riusciranno a vincere
una sfida che non si pone a singoli elementi, ma a tutta la regione,
investita della responsabilità di proporsi come un sistema fortemente
unito e competitivo. Questo impone la definizione di nuovi patti tra
economia, società ed istituzioni per concertare e condividere
programmi, strumenti e comportamenti” .
Non serve rincuorarci nell’esaltazione dei risultati fin qui raggiunti:
lo spirito di appagamento nella società e nella “classe
dirigente” regionale, può essere solo foriero di negatività.
In un mondo che corre veloce, chi rimane fermo può solo perdere
le occasioni per crescere.
Le nuove frontiere sono quelle delle sfide offerte dai mercati internazionali;
dalla ricerca, dalla conoscenza e dall’innovazione continua; dal
primato dell’economia reale e produttiva rispetto alle logiche
speculative di natura finanziaria; dalle nuove responsabilità
sociali dell’impresa; dalla costruzione di reti evolute di informazione
e di relazione; dal passaggio da comportamenti individualistici a collaborazioni
di sistema.
E’ la sfida di puntare con fiducia su un modello organizzato sulla
costruzione di nuove competenze, anziché sullo sfruttamento di
rendite che divengono sempre più contenute e marginali.
E’ la sfida ad incontrarsi, per pensare nuovi ed originali percorsi
di crescita, per progettare insieme la loro realizzazione in concreto,
per offrire generosamente a questa progettualità condivisa le
migliori risorse che oggi la nostra comunità è capace
di mettere in campo.
Alla Regione compete la responsabilità di accorciare questa distanza
tra il dire ed il fare, svolgendo un ruolo attivo di governance dell’interdipendenza,
come è stato affermato anche in sede europea , che significa
costruzione di collaborazioni, promozione di conoscenze e diffusione
di capitale sociale.
La programmazione regionale è orientata in questa direzione,
per offrire un valido supporto alle nuove strategie di coalizione e
di crescita, che nasceranno nelle Marche a partire dai prossimi mesi.
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